Storiacce podkast

Storiacce

Radio 24

Le voci dei luoghi, le parole dei protagonisti. Lo sguardo del cronista narratore. Ci sono storie, che solo dall'interno si svelano del tutto. E ci sono racconti che solo nella realtà trovano la loro forza. Ed è lì che Storiacce porta il suo microfono. Dentro vicende, che parlano con ogni suono ed ogni silenzio. Storie da scoprire, denunciare, ricostruire. Storie che diventano inchieste e che svelano angoli o vite, a volte in ombra, del nostro Paese. Storie dimenticate, ma rimaste aperte, nei fascicoli giudiziari o nelle paure di chi le ha vissute. Questi sono "I Racconti di Storiacce", evoluzione a partire da agosto di "Storiacce", pluripremiato programma di Radio24 in onda da 11 stagioni. A condurre, sempre Raffaella Calandra.

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    Il covid e la partita di football americano della dottoressa Malara

    Ormai, ci siamo dentro da un anno. Ormai, da 12 mesi esatti, siamo tutti costretti a fare i conti con i nostri limiti, con le nostre paure. Con l'impossibilità di riuscire a controllare tutto. Da un anno cioè, il mondo intero convive con un forte- e forse prima di allora quasi sconosciuto- senso di imprevedibilità. Un anno dopo la scoperta in Italia del coronavirus, dopo 92mila morti e una gigantesca crisi economica e sociale, "possiamo imparare solo dalle nostre cicatrici", dice Annalisa Malara, l'anestesista che un anno fa, nell'ospedale di Codogno, forzando protocolli e regole, fece fare il tampone anti-covid a Mattia Maestri, il paziente uno. Venne così certificata la presenza del virus in Occidente. "C'era tanto scetticismo intorno a me: "ecco la giovane dottoressina che vuole fare la diagnosi eclatante", ecco cosa sentivo", racconta a Storiacce."Spero che da questa storia abbiamo tutti imparato a riportare il rapporto medico/paziente al centro, prima di protocolli e burocrazia", dice, parlando anche dei "tanti soffitti di cristallo incontrati nelle corsie, dove è una sfida col tempo per riacciuffare vite. È una come una partita di football americano", aggiunge la dottoressa Malara. Mentre le inchieste stanno ancora cercando di stabilire cosa non abbia funzionato nella gestione della prima ondata dell'epidemia - tra piani pandemici non aggiornati e protocolli sbagliati - ora si cerca di far fronte a tutte le carenze emerse nel sistema sanitario. E il punto di partenza è proprio quella notte di un anno fa a Codogno...
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    Costiera Amalfitana, tra sogno e scempio

    Le ruspe sono lì, a rimuovere fango e pietre. E un muro, rimasto in bilico sul costone. Ancora una volta un crollo di rocce taglia in due la Costiera amalfitana, con sfollati da soccorrere e residenti isolati da aiutare. Ancora una volta, questo territorio - tanto fragile, quanto incantato, patrimonio Unesco, paga lo scotto di anni di violazioni. 34 le frane registrate dal 1899, non di rado anche con vittime. I fondi contro il dissesto idrogeologico sono stanziati, ma spesso non spesi, per "cronica mancanza di una progettazione adeguata", come marcò la Corte dei Conti. Ma ora comincia "una stagione di demolizioni delle costruzioni abusive", anticipa a Storiacce Giuseppe Borrelli, neo Procuratore di Salerno.
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    Il Profumo della memoria

    Era inevitabile: l'odore di quel sapone all'arancio doveva ricordargli il profumo della salvezza. Per tutta la vita, Nedo Fiano ha continuato a cercare e comprare nei mercati di cose americane quel sapone, che gli ricordasse il soldato che lo portò fuori dal campo di concentramento. E ora che lui non c'è più, quel profumo è diventato per Emanuele Fiano, suo figlio, la traccia da seguire per mettere insieme la storia di uno degli ultimi sopravvissuti allo sterminio degli ebrei nel campo di Auschiwitz, del massacro della sua famiglia, ma anche la traccia per rileggere le memorie di una nazione, nelle pagine de "Il profumo di mio padre", edito da Piemme. "È nell'ora più buia della notte, che l'alba è più vicina", raccontava Nedo Fiano Alla vigilia della giornata della memoria, il 27 gennaio, Storiacce racconta la storia di uno dei sopravvissuti allo sterminio nazisti, mentre il vento dell'odio torna a soffiare in tutto il mondo.
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    Il giorno della civetta, rileggere Sciascia, insieme ai magistrati antimafia

    L'omicidio di un piccolo imprenditore, in una terra di miniere e povertà. Un'inchiesta che si fa largo, tra silenzi diffusi e connivenze profonde; un capitano dei carabinieri testardo, che ricostruisce un ampio giro di appalti e gli interessi del boss locale; ma poi anche i depistaggi di chi cerca di far apparire tutto un delitto passionale e i tentativi di far scagionare gli imputati. C'è la mafia che vedeva intorno a sé e ci sono tutti gli elementi più tipici della mafia d'ogni tempo nella trama de "Il Giorno della civetta", il romanzo più famoso di Leonardo Sciacia, il romanzo che fece conoscere all'Italia intera cosa fosse davvero la mafia. Non folklore, ma violenza, controllo del territorio, omertà, interessi, corruzioni. A 100 anni dalla nascita dello scrittore di Racalmuto, Storiacce dedica la puntata all'attualità del pensiero di Sciascia, rileggendolo anche con Giuseppe Pignatone, magistrato siciliano, per tutta la carriera impegnato proprio nel contrasto alla mafia. "In Sciascia, mi colpisce ogni volta la rappresentazione della Giustizia e di chi la amministra. Da un lato, c'è una rappresentazione quasi sacrale; dall'altro lato, è spietato verso chi- soprattutto tra i magistrati- tradisce quell'ideale. Ed è spietata è l'analisi dell'amministrazione della Giustizia, come strumento del Potere"
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    I misteri della Uno Bianca, 30 anni dopo

    Trent'anni dopo, ci sono ancora tante domande intorno alla storia della più feroce banda criminale. Una banda, composta di poliziotti, che seminarono terrore e sangue lungo la via Emilia. Era il 4 gennaio 1991, quando a Bologna, al quartiere Pilastro, tre giovanissimi carabinieri furono ammazzati da quella che subito divenne la "banda della Uno Bianca". Un mistero durato dal 1987 al 1994, quando l'arresto dei responsabili sconvolse l'Italia intera. Erano in prevalenza servitori dello Stato i criminali, responsabili di 24 omicidi, 102 feriti, oltre 100 rapine. 30 anni dopo, i familiari delle vittime chiedono di indagare ancora, per fare luce sui buchi neri che continuano ad avvolgere questa storia: se il loro obiettivo erano i soldi, perché sparare nei campi nomadi? Perché uccidere, quando non era necessario? Perché farlo, sempre con la stessa arma, lasciando cosi tracce? C'era qualcun'altro dietro i fratelli Savi e i loro complici?
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    Dentro il "cimitero dei vivi", tra pandemia e luoghi comuni

    Bisogna aver visto, per comprendere. Bisogna aver vissuto al di là del muro di cinta, per liberarsi da luoghi comuni e pregiudizi. Bisogna aver verificato i benefici di pene alternative, per riconoscere la natura antieconomica della detenzione. Bisogna aver ascoltato le storie dietro le statistiche, per capire che in Italia il carcere resta troppo spesso quel «cimitero di vivi», denunciato da Filippo Turati. E in questo cimitero di vivi, è entrato in modo significativo anche il virus: in questa seconda ondata della pandemia, sono più di mille i detenuti contagiati, altrettanti gli operatori. Ma affrontare le questioni collegate al carcere è sempre complesso, a causa di luoghi comuni e pregiudizi. Con numeri e storie- e con l'aiuto di persone che vivono quotidianamente la condizione carceraria- cercheremo di descrivere l'attuale situazione nei 190 penitenziari italiani.
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    "Io, giudice popolare al maxiprocesso"

    Erano professoresse, erano casalinghe, divennero giudici popolari del più importante processo alla più spietata mafia. È la storia di donne come Francesca Vitale, Maddalena Cucchiara, Teresa Cerniglia, quella raccontata in questa puntata di Storiacce e vista sul grande pubblico dalla docu-fiction "Io, giudice popolare al maxiprocesso".Era difficile trovare giudici per il maxiprocesso, in quella Palermo blindata, ma loro non si sottrassero all'incarico. E lo fecero per "senso di responsabilità", nonostante le paure, le critiche e le minacce, subite anche da loro, che videro stravolta la loro quotidianità. Ai giorni del maxiprocesso- il cui primo grado finì il 16 dicembre 1987- torniamo in questa puntata di Storiacce, con la testimonianza di una giudice popolare.
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    L'ombra della mafia sulla crisi post covid: 30 anni fa, la prima rivolta contro il pizzo

    Trent'anni fa, la prima rivolta di commercianti siciliani contro il pizzo: era il 7 dicembre 1990 e a Capo d'Orlando, nel messinese, quando nasceva la prima cellula di quella della futura Federazione delle associazioni antiracket ed antiusura. "L'intuizione allora fu condividere la paura, anzi il terrore", racconta Tano Grasso, anima di quel gruppetto di commercianti siciliani, preoccupato oggi soprattutto per le incognite del dopo covid: "temo che avremo i reduci, come dopo il Primo Dopoguerra: prevarranno risentimenti, frustrazioni e rancori, da parte di tutti coloro che vedranno distrutta una solidità economica. E questo mi terrorizza". E sono queste le condizioni ideale per i clan mafiosi, pronti a farsi avanti a fronte delle difficoltà di tante imprese. I segnali del rischio racket già si vedono, soprattutto al Nord, dove però continuano a mancare le denunce. "Come titolò il quotidiano siciliano L'Ora, "la mafia porta pane e morte". Gli imprenditori devono denunciare o rischiano di perdere la stessa azienda, che è un pezzo della loro vita", è l'analisi e l'appello di Antonio Calabrò, vicepresidente di Assolombarda con delega alla legalità. Era prima dell'omicidio a Palermo del commerciante Libero Grassi, "ucciso l'anno successivo perché lasciato solo"; era prima della strage di Capaci e del ciclone Mani Pulite, che sarebbero state uno spartiacque nella storia d'Italia. Allora i corleonesi di Totò Riina dichiaravano guerra allo stato e il quotidiano L'Ora aveva già titolato: Palermo, come Beirut. In questo contesto, Capo d'Orlando, cittadina del messinese di 12mila abitanti e floridi commerci, diventava il terreno di conquista, conteso tra due famiglie mafiose di Tortorici, un comune montano poco distante. E giù sulla costa, davanti ad un negozio esplodeva una bomba; un altro riceveva minacce di morte; un altro ancora, intimidazioni. I commercianti decisero di mettere insieme la loro paura e ci furono i primi 21 arresti, dopo le denunce; poi sempre insieme- come associazione- affrontarono il processo, che portò, meno di tre anni dopo, alle condanne definitive per gli estorsori e a molte altre operazioni, che fecero terra bruciata per i boss a Capo d'Orlando. Quella fu la prima sentenza per associazione mafiosa del distretto della corte d'appello di Messina.)

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