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Confindustria ceramica, settore tiene ma rischi da costo energia e Ets
Si è aperta ieri a Bologna la 43esima di CERSAIE, il salone internazionale della ceramica per l'Architettura e l'Arredobagno, in programma nel quartiere fieristico di Bologna fino al 25 Settembre. Ci sono 597 espositori provenienti da 24 Paesi. Per il settore della Ceramica l’aumento dei costi dell’energia “è insostenibile per le aziende, bisognerebbe cercare di risolverlo. Il tema del costo del gas e degli Ets è un problema sul tavolo da anni, adesso però è diventato un problema mondiale”. Lo ha detto Augusto Ciarrocchi, presidente di Confindustria Ceramica,“Oggi non è possibile ribaltare l’aumento dei costi sul mercato, come successo durante il Covid, perché si uscirebbe dal mercato”, ha detto Ciarrocchi, spiegando che il problema è che le aziende si devono confrontare “con competitor stranieri che hanno non hanno i costi che abbiamo noi, non hanno la qualità che abbiamo noi, non hanno il tema della sostenibilità che abbiamo noi in Europa. Vendono prodotto spesso anche in dumping. Noi, se aumentiamo il prezzo, usciamo probabilmente dal mercato”. Secondo Ciarrocchi questo “provoca una riduzione delle della marginalità, ma soprattutto una riduzione degli investimenti”. Il discorso è legato a doppio filo a quello degli Ets, su cui in Europa è stato aperto un tavolo: (L’Ets, Emission Trading System, è la tassa sulle quote di Co2 imposta dalla Ue: pesa per circa 70 milioni di euro annui; con i nuovi benchmark in vigore dal 2026 al 2030 porterà i distretti ceramici dell’Emilia-Romagna a pagare più di 120 milioni l’anno). “In Europa le intenzioni sono buone, bisogna capire cosa ne verrà fuori. La richiesta immediata è un correttivo mirato del benchmark combustibile per le piastrelle, che allinei le quote gratuite alla realtà tecnologica del settore ed eviti la delocalizzazione. Un appello diretto, in questo senso, ai Ministri Foti e Urso e agli europarlamentari, perché non si sprechi la finestra aperta dal processo di aggiornamento in corso. A chi chiedeva se il comparto della Ceramica fosse a rischio, il presidente ha risposto che “il settore è ancora in salute, è un settore che ha le spalle larghe. Però poi gli attacchi che arrivano sia frontalmente che lateralmente nell'arco del medio-lungo periodo possono creare dei problemi”. Ne parliamo in studio con Augusto Ciarrocchi, (nella foto con Sebastiano Barisoni) presidente di Confindustria Ceramica.

Caro carburante, l’autotrasporto in ginocchio: 11.200 euro di costi in più per ogni camion

Il caro carburante continua a mettere sotto pressione l’autotrasporto italiano. Nell’ultimo anno i prezzi alla pompa di benzina e gasolio in Italia sono cresciuti rispettivamente del 23% e del 35%, mentre nell’arco di vent’anni sono entrambi raddoppiati. Dai dati di Uniontrasporti presentati oggi alla Fiera del Levante di Bari, emerge che l'instabilità politica "giova" al rendimento delle materie prime: in un anno, ha fatto balzare a livello mondiale il rendimento medio di tutte le principali materie prime del 35% (S&P GSCI - Commodity Index): il greggio del 47% (+10% nell'ultimo mese), la benzina del 74% e, mentre il gas naturale è rimasto pressoché stabile, l'indice del gas commercializzato in Europa è schizzato di un 128%. Una corsa che pesa in particolare sulle imprese di autotrasporto, per le quali il carburante rappresenta un costo incomprimibile. Secondo Confartigianato Trasporti, da febbraio a oggi il caro-carburanti è costato in media 11.200 euro in più per ciascun camion, con le aziende che da mesi stanno assorbendo rincari che mettono sotto pressione liquidità e margini. E la corsa del diesel non si è ancora fermata. Nei giorni scorsi sono state inoltre segnalate, in modalità servito, punte vicine ai 2,90 euro al litro su alcune tratte autostradali e superiori ai 3 euro presso singoli impianti della rete ordinaria. Per contenere l’impatto degli aumenti il Governo ha previsto per le imprese di autotrasporto un ristoro sotto forma di credito d’imposta, fino al 70% della maggiore spesa sostenuta tra marzo e agosto 2026 per l’acquisto di gasolio rispetto al prezzo di febbraio, inizialmente finanziato con 386,2 milioni di euro. A questi si aggiungono ulteriori 11,4 milioni di euro destinati alle imprese di trasporto merci e persone in conto terzi. Approfondiamo il tema con Claudio Riva, presidente Confartigianato Trasporto.

Istat: il deficit resta al 3,1%, ostacolo alla spesa per energia e difesa. Cosa succede adesso

Niente da fare. Nemmeno la prova d’appello apre all’Italia la strada verso l’uscita anticipata dalla procedura Ue per disavanzi eccessivi. Nei conti economici nazionali 2025 diffusi dall’Istat il deficit del 2025 resta infatti al 3,1% del Pil, e anzi in valore assoluto addirittura cresce di 355 milioni rispetto ai calcoli di aprile: rimanendo quindi ancora una volta sopra la soglia fatidica tracciata a Maastricht 34 anni fa. Per dire addio al braccio correttivo del Patto di stabilità, bisognerà quindi attendere l’anno prossimo, quando gli esami si faranno a partire dal disavanzo 2026, probabilmente al 2,7-2,8% invece del 2,9% previsto ad aprile. «Ne prendiamo atto, non senza rammarico», commenta il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. La lunga battaglia ai crediti d’imposta illegittimi da Superbonus non è bastata. Forse anche per ragioni di calendario, perché non tutti gli sconti fermati da agenzia delle Entrate e Guardia di finanza sono riusciti a scendere in tempo dal carro dei conti ufficiali, fotografati dall’Istituto di statistica. Sul piano formale, l’ultima parola sarà pronunciata a novembre dalla Commissione Ue, sulla base dei dati che saranno certificati da Eurostat il 21 ottobre prossimo: ma a guidare l’esito sono i numeri dell’Istat. La nuova tabella torna a infrangere le speranze espresse in queste settimane dal Governo; in una replica delle vicende vissute ad aprile, quando il 3,1% comunicato dall’Istituto di statistica gelò le ambizioni cullate dall’Esecutivo fin dall’estate del 2025, come emerge dai confronti dell’epoca con gli analisti del Fondo monetario internazionale. Questa volta, però, le conseguenze rischiano di essere più evidenti. E immediate. Un deficit 2025 certificato sotto al 3% avrebbe infatti dovuto portare alla chiusura della procedura per disavanzi eccessivi. E avrebbe di conseguenza permesso di mettere in programma i 36 miliardi di deficit in deroga concessi in due anni dalle regole Ue per le spese in energia e difesa senza vedersi incluso il disavanzo aggiuntivo nei calcoli del Patto di stabilità. Rimanendo nel braccio correttivo, invece, l’Italia si vedrebbe conteggiare anche negli anni prossimi tutto il disavanzo in questi parametri, allungando e complicando ulteriormente il percorso di uscita dalla procedura. L’ennesima sorpresa statistica può rimettere in discussione l’intero impianto ipotizzato a inizio agosto, quando il ministro dell’Economia Giorgetti prospettò al Parlamento l’ipotesi di pianificare un deficit extra pluriennale da 14 miliardi per l’energia e 22 per la difesa e le Camere approvarono le risoluzioni che incaricavano il Governo di avviare il negoziato con Bruxelles. Nel nuovo quadro tracciato dai numeri dell’Istat, un ripensamento torna all’ordine del giorno. Senza l’attivazione della clausola, però, rischia di complicarsi anche la vita della prossima manovra, l’ultima prima delle elezioni. Con il deficit in deroga si potrebbe finanziare infatti una quota di spese già previste dal bilancio nazionale, a patto naturalmente che rispondano ai criteri Ue sulle destinazioni ammissibili per il disavanzo aggiuntivo. I tendenziali domestici si libererebbero così di un po’ di peso, e potrebbero caricare di nuove misure. La stessa triangolazione era stata sviluppata l’anno scorso con la rimodulazione straordinaria del Pnrr, che aveva offerto per questa via 5,1 miliardi alla legge di bilancio. Facciamo il punto con Gianni Trovati, Il Sole 24 Ore e Carlo Cottarelli, economista e direttore dell’Osservatorio conti pubblici italiani Università Cattolica (senatore dimissionario, eletto con il Pd, fino al 31/05/23),

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