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Mentre la parola “tregua” continua a circolare nei palazzi, il terreno racconta altro. Il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato diciannove nuovi insediamenti in Cisgiordania. Negli ultimi tre anni quelli autorizzati diventano sessantanove. Smotrich parla di mappa, di irreversibilità, di futuro già deciso. È una scelta di potere: occupare mentre si discute di stabilizzazione.
A Gaza, intanto, l’assedio resta una pratica quotidiana. A Shujaiyya un drone colpisce un gruppo di civili: tre morti, feriti che arrivano in ospedale portati a mano. A Tufah altre persone colpite. A Sheikh Radwan una casa crolla di notte, tre donne uccise, due dispersi. Le agenzie scrivono “precedentemente bombardata”: il tempo lungo delle macerie che uccidono dopo, quando le telecamere si spostano.
La sanità scivola verso il punto di rottura. L’ONU avverte che entro aprile oltre centomila bambini e trentasettemila donne incinte o che allattano rischiano la malnutrizione acuta. “Progressi fragili”, li chiamano. Fragili come un corridoio umanitario che apre e chiude, come le forniture che finiscono, come le sale operatorie che sospendono gli interventi per mancanza di materiali.
Anche il racconto resta sotto assedio. La Corte suprema israeliana chiede al governo di spiegare perché l’accesso dei media internazionali a Gaza resta vietato. C’è una scadenza, il 4 gennaio. È una domanda semplice: chi può vedere, chi può testimoniare, chi può contare i morti.
In Europa qualcosa si muove ai margini. La Slovenia dichiara Benjamin Netanyahu persona non gradita e gli chiude l’ingresso. Un gesto raro, isolato, che parla di diritto internazionale mentre altri governi preferiscono il silenzio operativo.
La diplomazia continua a parlare di cornici. Sul terreno, invece, avanzano le colonie, volano i droni, crollano le case, si svuotano i magazzini. Chiamarla tregua serve a chi guarda da lontano. Qui resta un assedio che produce fatti, ogni giorno.
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A Gaza, intanto, l’assedio resta una pratica quotidiana. A Shujaiyya un drone colpisce un gruppo di civili: tre morti, feriti che arrivano in ospedale portati a mano. A Tufah altre persone colpite. A Sheikh Radwan una casa crolla di notte, tre donne uccise, due dispersi. Le agenzie scrivono “precedentemente bombardata”: il tempo lungo delle macerie che uccidono dopo, quando le telecamere si spostano.
La sanità scivola verso il punto di rottura. L’ONU avverte che entro aprile oltre centomila bambini e trentasettemila donne incinte o che allattano rischiano la malnutrizione acuta. “Progressi fragili”, li chiamano. Fragili come un corridoio umanitario che apre e chiude, come le forniture che finiscono, come le sale operatorie che sospendono gli interventi per mancanza di materiali.
Anche il racconto resta sotto assedio. La Corte suprema israeliana chiede al governo di spiegare perché l’accesso dei media internazionali a Gaza resta vietato. C’è una scadenza, il 4 gennaio. È una domanda semplice: chi può vedere, chi può testimoniare, chi può contare i morti.
In Europa qualcosa si muove ai margini. La Slovenia dichiara Benjamin Netanyahu persona non gradita e gli chiude l’ingresso. Un gesto raro, isolato, che parla di diritto internazionale mentre altri governi preferiscono il silenzio operativo.
La diplomazia continua a parlare di cornici. Sul terreno, invece, avanzano le colonie, volano i droni, crollano le case, si svuotano i magazzini. Chiamarla tregua serve a chi guarda da lontano. Qui resta un assedio che produce fatti, ogni giorno.
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